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Un tizio ch
e si dice pentito dei propri crimini, radiato da tempo dal programma di protezione perché ritenuto inaffidabile, per riottenere i benefici riservati ai collaboratori di giustizia, scrive un memoriale e parla di navi affondate nel mediterraneo contenti al loro interno fusti pieni di scorie radioattive. Un procuratore fa effettuare delle ricerche in mare nei punti indicati dal pentito e trova, adagiata sul fondale, una nave con caratteristiche simili a quelle descritte dal pentito. Urrà!!! grida straripante di gioia per la scoperta e subito, come prevede la procedura penale dell’ultimo ventennio, convoca la stampa per raccontare della sua scoperta. I pennivendoli della carta stampata non osano neppure chiedersi quale fondamento abbia questa notizia, d’altra parte mai si sognerebbero di mettere in discussione le parole di un pentito peraltro suffragate da un procuratore della repubblica, e conseguentemente cominciano a scrivere pagine e pagine di stupidate. Poiché fra tutte le risorse umane la stupidità è quella maggiormente disponibile, ecco che lentamente cominciano a coagularsi gruppi di idioti che poi daranno corpo alla manifestazione di Amantea. Non basta. Ogni “rivoluzione” ha il suo eroe e pertanto anche in questa vicenda bisognava trovarne uno. Certo, un eroe vivo non è mai come un eroe morto, e così frugando nei necrologi si è trovato il nome di un povero uomo che aveva lavorato a quelle indagini e che era deceduto per cause naturali. Bastava solo insinuare il sospetto che quella morte fosse stata provocata da qualcuno. Detto fatto ed ecco che anche l’eroe era stato individuato.
Il carrozzone era pronto a muovere i primi passi alimentato dai pennivendoli della stampa locale che fra elucubrazioni e mezze verità tirava in ballo stati e personaggi notoriamente inclini al male come la Somalia ed alcune ex repubbliche sovietiche. Sul carrozzone ormai in movimento, come spesso accade, c’è sempre qualche politico pronto a saltare su e così, anche questa volta, in molti hanno tirato fuori il pollice per chiedere un passaggio; fra questi i manetta-boys di “che c’ha zecca”. Verità! Gridavano a squarcia gola per le strade di Amentea vestiti dei loro simboli e soprattutto della loro superiorità morale. La loro verità, però, doveva essere una sola: la presenza nel punto indicato dal pentito di scorie pericolose. E così quando a conclusione delle indagini si è scoperto che si trattava di una nave diversa da quella indicata dal pentito e che il suo affondamento risaliva addirittura alla prima guerra mondiale, invece di tirare un respiro di sollievo per lo scampato pericolo, in tanti hanno cominciato ad imbastire trame complottistiche degne dei migliori giallisti. Tutt’oggi molti conservano integra la speranza di trovare, se non una nave, almeno una barchetta con qualche rifiutino nucleare.
Alla maggior parte di questa gente della Calabria e del suo mare non importa un fico secco. Se così non fosse si sarebbero preoccupati di non creare eccessivi allarmismi che avranno come naturale conseguenza una forte ripercussione sul turismo, unica vera industria della Calabria.
“Fatti u nomi e curchiti” ( fatti il nome e vai a dormire) dicevano gli antichi, e se ciò corrisponde al vero, noi passeremo ancora molte notti insonni prima che la Calabria torni a godere di buona reputazione e ritorni ad essere finalmente Magna.
Il
cantautore romano Antonello Venditti, durante un concerto tenuto in Sicilia, ha avuto parole pesantissime per la nostra Calabria. E’ arrivato a prendersela persino con Dio per aver creato una regione così arretrata e selvaggia, quasi fosse l’anticamera dell’inferno. A prescindere dal fatto che la Calabria non è stata creata da Dio ma dagli uomini, occorre far presente al signor Venditti che il problema principale della Calabria non è la cultura, ma la mancanza assoluta di politiche di sviluppo che non dipendono certo dai calabresi, ma, bensì, dalle decisioni di un parlamento che ha sede proprio a Roma, la città da lui più volte cantata.
Molta gente la pensa come il cantante romano, e a dire il vero di motivi per pensare male della Calabria ce ne sono, o meglio, ce ne sarebbero tantissimi dando retta a certa stampa. Ultima in ordine di tempo è la triste vicenda delle navi radioattive o navi a perdere. I giornali nazionali e calabresi in testa ci hanno raccontato che i mari calabresi sono diventati una pattumiera e che oltre cinquanta navi sarebbero state affondate in mare aperto trascinando con sé negli abissi tonnellate di rifiuti tossici. Per giorni ci hanno bombardato con queste notizie provocando allarme e sgomento in tutta l’opinione pubblica nazionale e mondiale. Ma cosa c’è di vero in tutta questa vicenda? Stando ai racconti della stampa pare che a seguito delle dichiarazioni di un pentito sia stata rinvenuta inabissata una nave nella quale sarebbero stati avvistati dei fusti sospetti. Per il momento, grazie a Dio, le indagine svolte non avrebbero rilevato alcuna traccia di radioattività, dunque rimangono solo le parole del pentito ed il ritrovamento della nave. Ma questo è sufficiente per creare un simile allarme che avrà ripercussioni pesantissime su tutta la Calabria che già di problemi ne ha tantissimi? Non sarebbe stato meglio fare le indagini accertare la presenza delle sostanze nocive a bordo delle navi e poi dare la notizia? L’impressione è che qualcuno abbia alzato un po’ troppo il tiro. Ora se un atteggiamento del genere è comprensibile per i giornali nazionali del nord e del centro Italia che spesso denigrando il Sud rendono un servigio alle regioni in cui hanno sede ed interessi allontanando dalla Calabria anche quella minima parte di turisti temerari che pur di godersi le bellezze naturali si avventurano sulla Salerno- Reggio Calabria, la stessa cosa non può dirsi delle testate regionali. Anche se giornalisticamente parlando si tratta di una notizia “bomba” sarebbe stato meglio attendere prima gli sviluppi della situazione onde evitare di trovarsi nelle mani, non una bomba, ma neanche una puzzetta di carnevale e, nel contempo, aver contribuito a devastare una regione già dissestata sotto ogni aspetto.
Noi non dobbiamo sentirci offesi da Antonello Venditti, non ha l’autorità per offenderci, la sua è stata un affermazione come tante se ne sentono in giro per l’Italia. Se poi vogliamo essere spiritosi, neppure lui se la passa bene: per capelli ha dei fili di ferro filato, il volto bruciato dalle lampade e, per nascondere le occhiaie, è costretto a riparare dietro a delle lenti di “vitruviana” memoria.
Un tempo non molto lontano, quando in paese c’era tanto bisogno ed ognuno cercava di arrangiarsi come meglio poteva, le donne di San Luca lavoravano la fibra della ginestra. Questa straordinaria pianta, dai fiori giallo intenso e dal profumo inebriante che in primavera adorna i fianchi delle nostre montagne, era la principale fonte di fibra alla quale le tessitrici attingevano per creare stoffe di straordinaria fattura. Era la fibra dei poveri e richiedeva una lunga serie di lavorazioni che comportavano enormi fatiche. La ginestra andava tagliata ed immersa in acqua corrente per alcuni giorni, quando raggiungeva la maturazione veniva tolta dall’acqua e strofinata con le mani sulla sabbia in modo che la parte esterna della foglia si separasse dal resto. Successivamente veniva lavata e battuta con delle pietre fino ad ottenere la vera e propria fibra di ginestra . Una volta asciutta veniva cardata per poi essere filata da mani esperti e veloci fino ad ottenere delle matasse di filo che successivamente venivano tinte con colori vegetali. L’untima fase della lavorazione era la tessitura che avveniva con telai in legno il cui cigolio faceva da sottofondo alle canzoni intonate dalle giovani tessitrici.
I geologi li chiamano laghi effimeri, ovvero quei laghi che sono destinati a scomparire. Il Lago Costantino, purtroppo, è uno di questi. Per oltre un trentennio la fiumara a trascinato al suo interno tonnellate e tonnellate di detriti fino a riempirlo quasi completamente.
Rimane ormai poco di quella imponente massa d’acqua dai mille colori che sembrava dover rimanere lì in eterno incastonata fra le montagne come uno smeraldo ad impreziosire un territorio già di straordinaria bellezza.
Per una volta, però, la colpa non è dell’incuria dell’uomo, perché nulla avremmo potuto fare per salvare il lago senza creare danni ancora maggiori magari cementificando un luogo che invece deve essere preservato nella sua integrità.
L’agonia del nostro lago è cominciata subito dopo la sua nascita e gli scienziati che per anni lo hanno studiato ci avevano avvertiti del fatto che prima o poi sarebbe scomparso. Forse neppure loro avevano previsto che questo sarebbe accaduto così rapidamente, magari sottovalutando la straordinaria velocità con cui in Aspromonte si verificano imponenti eventi geologici capaci, nel volgere di una notte, di cambiare profondamente il paesaggio.
Non mi piacciono i “piagnoni”, cioè quelle persone che non trovano di meglio che lamentarsi senza mai tentare di liberarsi. E’ vero a San Luca ci sono tanti problemi, alcuni importanti e che hanno radici profonde altri, invece, affrontabilissimi se solo ci dotassimo di un po’ di senso civico.
La cosa che più mi sorprende e che mi lascia continuamente sbigottito è l’invocazione a, qualsiasi livello, della parola Stato. Si sente spesso dire lo “stato ci ha abbandonato” senza mai considerare che forse siamo stati noi ad autoisolarci, cullandoci sul fatto che tanto prima o poi qualcuno dall’alto qualcosa per noi avrebbe fatto. Non è così cari amici compaesani, quello che chiamiamo Stato se ne frega di noi per il semplice motivo che noi non contiamo nulla. Siamo una goccia in un oceano un piccolo, e per loro, insignificante paesino aggrappato alle montagne foriero di guai, crimini e delitti di ogni genere.
Siamo noi, che siamo parte dello Stato, a doverci muovere; siamo noi a dover cambiare rotta ed evitare che la nave vada a finire sugli scogli per poi affondare. Per fare questo non bisogna essere straordinari ma ordinari, ovvero fare tutto ciò che sino ad adesso non si è fatto.
Vi domando: è mai possibile che in un comune di quasi cinquemila abitanti non ci sia un meccanico? Non ci sia un circolo ricreativo se non qualche fumoso locale in cui intere generazioni annegano le loro frustrazioni nell’alcol? Un campo da calcetto con erba sintetica? Una fontana zampillante a simboleggiare la vita? Si potrebbe continuare all’infinito perché le cose che mancano sono tantissime.
Noi viviamo in un modo tutto nostro che ha molti lati positivi ma ha anche tantissimi negativi. Non è possibile che l’ordine delle cose venga ribaltato per cui chi è un emerito cretino venga considerato un “dritto” e chi invece dimostra di avere delle qualità venga considerato quasi un cretino. Non è possibile che la gente continui a spendere ingenti cifre per vestirsi con abiti e scarpe griffati senza considerare che non è ” l’abito che fa il monaco” perché se uno è un essere insignificante tale rimarrà indossando tutti i Paciotti e i Cavalli di questo mondo. Non è possibile che di fronte alla scelta fra il bene ed il male spesso si scelga il male andando anche contro se stessi.
Io voglio sperare che prima o poi le cose cambino, anche se a dire la verità non ho visto significati progressi negli ultimi tempi. So anche che molti leggeranno questo scritto domandandosi chi può aver scritto questa “cavolata”. Ebbene, chi scrive non è certo meglio di voi e non pretende neppure di esserlo. Non vuole dare lezioni a nessuno ma soltanto affermare il suo pensiero cosciente del fatto che rimarrà inascoltato. Io sono un figlio di San Luca e come tale difendo il mio paese con forza e convinzione.
Living Darfur, canzone stupenda, sembra essere stata scritta pensando alla condizione di noi sanluchesi. E’ l’esortazione a voltare finalmente pagina e provare a vivere riedificando le coscienze di un popolo fiero ed orgoglioso.
C’è un disastro nel tuo passato
Limiti nel tuo cammino
Cosa desideri quando ti tiri più su?
Non devi essere straordinario, solo perdonando
Quelli che non hanno mai sentito i tuoi pianti,
Tu ti solleverai (x2)
E guarda verso i cieli
Dove altri falliscono, tu prevali nel tempo
Tu devi sollevarti
(Non lo puoi mai sapere
Se ti abbatti, ti abbatti) (x4)
Tu devi sollevarti (x3)
Prima o poi dobbiamo provare…a vivere
(Non lo puoi mai sapere
Se ti abbatti, ti abbatti) (x4)
Guarda la nazione attraverso gli occhi del popolo
Guarda le lacrime che scorrono come fiumi dai cieli
Dove sembra che ci siano solo confini
Dove gli altri si girano e sospirano
Tu devi sollevarti (x2)
(Non lo puoi mai sapere
Se ti abbatti, ti abbatti) (x4)
Prima o poi dobbiamo provare…a vivere
Ricordo che appena fuori dal paese, sulla strada che porta verso i monti, c’era un pero gigantesco che in estate sembrava voler porgere i suoi frutti ai viandanti che percorrevano quella strada. Erano frutti di un profumo straordinario e di un succo dolcissimo, ottimi per placare l’arsura estiva.
Di quell’albero si cibavamo anche molti animali in un banchetto festoso fatto di rumori, cinguettii e battiti di ali che, unito al canto delle cicale, assomigliava ad un’orchestra, il cui direttore era madre natura, impeccabile nella sua esecuzione.
A turbare quella pace irrompeva come un tuono la voce del padrone che provocava nei festosi banchettanti un fuggi fuggi generale. Subito dopo il silenzio, anche il vento fra le cime degli alberi sembrava placarsi, come se la natura trattenesse il respiro e le cicale terrorizzate smettevano di cantare. L’uomo a quel punto cominciava ad inveire contro tutti coloro che, a suo dire, gli rubavano la frutta, animali compresi. Ripeteva che la terra era sua e che quelli erano i frutti delle sue fatiche.
Non era un uomo cattivo, anzi, era proprio una brava persona .Ormai anziano e piegato dalle fatiche nei campi, si godeva la sua proprietà, quella terra che aveva conquistato con tanti sacrifici e che rappresentava il compimento della sua opera: lui era il padrone, come lo erano stati i signorotti di un tempo quando lui era ragazzo e la fame, al pari degli uccellini, lo costringeva a rubare le pere che pendevano dall’albero del ricco signore. La sua, più che ira, era una forma di rito “animalesco” con il quale intendeva marcare il territorio, ovvero dire a tutti: io qui sono il padrone, la terra è mia.
Al pari di tante altre persone anche lui è caduto nell’errore di ritenere la terra dell’umo e non l’uomo della terra. Ha inseguito per un’intera vita il sogno di possedere del terreno e alla fine, quando sembrava esserci riuscito, è morto. La terra è ancora lì e gli uccellini continuano a cibarsi dei frutti dell’antico pero. Forse altri padroni verranno a reclamare i frutti dell’albero, ma alla fine anche loro passeranno la mano, in accordo con leggi naturali per cui nessuno è eterno.
Ha resistito agli assedi degli invasori ma nulla ha potuto contro le forze della natura. Il destino di Potamia era ormai segnato; per il piccolo paese ai piedi dell’imponente monte “Fernia” cominciava una lenta agonia che nel volgere di qualche decennio lo avrebbe portato a spegnersi completamente, quando, a seguito dell’ultima alluvione, anche i pochi abitanti rimasti decisero di partire. Erano i pastori d’Aspromonte, gente umile ma di dura cervice, uomini abituati da sempre a lottare contro le forze della natura.
Si incamminarono per alcuni chilometri seguendo il fiume per poi fermarsi in un luogo che ora conosciamo con il nome di “costera” , proprio nel punto in cui i pastori portavano le greggi durante i rigidi inverni aspromontani; era 18 ottobre 1592. Chiamarono il paese San Luca in onore del santo di cui quel giorno ricorre la festività.
Nella sezione foto potete trovare delle nuove fotografie del territorio sanluchese.
Un movimento si giudica per i risultati ottenuti e per quelli che si prefigge di ottenere. Non so quali siano i risultati ottenuti da Rosy Canale e dal movimento da lei fondato. Certo a prima vista le premesse non sembrano incoraggianti poiché traspare un eccessivo protagonismo della signora Canale ed una scarsa partecipazione delle donne di San Luca che sono le vere attrici della scena.
Credo sinceramente che le sanluchesi abbiano tutte le potenzialità per esprimere il proprio valore senza alcun “capobranco”, lo hanno sempre dimostrato in tutti i campi in cui si sono cimentati.
Presentare le donne di San Luca come povere “contadinelle” incapaci di gestire la propria vita l’ho trovato molto riduttivo e squalificante. Le nostre donne sono il perno su cui si regge la famiglia, intesa come nucleo fondamentale della società civile.
La mia preoccupazione è che qualcuno tenti di inserire nei nostri costumi il tarlo delle società malate del nord Italia in cui ormai la famiglia è una “specie” in via di estinzione. Dedicarsi ai figli non è assolutamente “antico” anzi è il compito principale che madre natura ha assegnato alle donne. Questo non significa che una donna non sia libera di studiare, inserirsi nel mondo del lavoro ed aspirare a realizzarsi secondo i suoi desideri , poiché le due cose non sono necessariamente in contrasto.
Le donne di san Luca conoscono bene il lavoro ed il sacrificio. Sanno usare la zappa ed il computer . Non hanno paura di sporcarsi le mani; sanno soffrire in silenzio talvolta sacrificando se stesse per il bene dei loro figli. Sono donne eroiche che non hanno bisogno di essere “sdoganate” da nessuno, a prescindere della buona o della cattiva fede di questo qualcuno.


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