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Il
cantautore romano Antonello Venditti, durante un concerto tenuto in Sicilia, ha avuto parole pesantissime per la nostra Calabria. E’ arrivato a prendersela persino con Dio per aver creato una regione così arretrata e selvaggia, quasi fosse l’anticamera dell’inferno. A prescindere dal fatto che la Calabria non è stata creata da Dio ma dagli uomini, occorre far presente al signor Venditti che il problema principale della Calabria non è la cultura, ma la mancanza assoluta di politiche di sviluppo che non dipendono certo dai calabresi, ma, bensì, dalle decisioni di un parlamento che ha sede proprio a Roma, la città da lui più volte cantata.
Molta gente la pensa come il cantante romano, e a dire il vero di motivi per pensare male della Calabria ce ne sono, o meglio, ce ne sarebbero tantissimi dando retta a certa stampa. Ultima in ordine di tempo è la triste vicenda delle navi radioattive o navi a perdere. I giornali nazionali e calabresi in testa ci hanno raccontato che i mari calabresi sono diventati una pattumiera e che oltre cinquanta navi sarebbero state affondate in mare aperto trascinando con sé negli abissi tonnellate di rifiuti tossici. Per giorni ci hanno bombardato con queste notizie provocando allarme e sgomento in tutta l’opinione pubblica nazionale e mondiale. Ma cosa c’è di vero in tutta questa vicenda? Stando ai racconti della stampa pare che a seguito delle dichiarazioni di un pentito sia stata rinvenuta inabissata una nave nella quale sarebbero stati avvistati dei fusti sospetti. Per il momento, grazie a Dio, le indagine svolte non avrebbero rilevato alcuna traccia di radioattività, dunque rimangono solo le parole del pentito ed il ritrovamento della nave. Ma questo è sufficiente per creare un simile allarme che avrà ripercussioni pesantissime su tutta la Calabria che già di problemi ne ha tantissimi? Non sarebbe stato meglio fare le indagini accertare la presenza delle sostanze nocive a bordo delle navi e poi dare la notizia? L’impressione è che qualcuno abbia alzato un po’ troppo il tiro. Ora se un atteggiamento del genere è comprensibile per i giornali nazionali del nord e del centro Italia che spesso denigrando il Sud rendono un servigio alle regioni in cui hanno sede ed interessi allontanando dalla Calabria anche quella minima parte di turisti temerari che pur di godersi le bellezze naturali si avventurano sulla Salerno- Reggio Calabria, la stessa cosa non può dirsi delle testate regionali. Anche se giornalisticamente parlando si tratta di una notizia “bomba” sarebbe stato meglio attendere prima gli sviluppi della situazione onde evitare di trovarsi nelle mani, non una bomba, ma neanche una puzzetta di carnevale e, nel contempo, aver contribuito a devastare una regione già dissestata sotto ogni aspetto.
Noi non dobbiamo sentirci offesi da Antonello Venditti, non ha l’autorità per offenderci, la sua è stata un affermazione come tante se ne sentono in giro per l’Italia. Se poi vogliamo essere spiritosi, neppure lui se la passa bene: per capelli ha dei fili di ferro filato, il volto bruciato dalle lampade e, per nascondere le occhiaie, è costretto a riparare dietro a delle lenti di “vitruviana” memoria.
Un tempo non molto lontano, quando in paese c’era tanto bisogno ed ognuno cercava di arrangiarsi come meglio poteva, le donne di San Luca lavoravano la fibra della ginestra. Questa straordinaria pianta, dai fiori giallo intenso e dal profumo inebriante che in primavera adorna i fianchi delle nostre montagne, era la principale fonte di fibra alla quale le tessitrici attingevano per creare stoffe di straordinaria fattura. Era la fibra dei poveri e richiedeva una lunga serie di lavorazioni che comportavano enormi fatiche. La ginestra andava tagliata ed immersa in acqua corrente per alcuni giorni, quando raggiungeva la maturazione veniva tolta dall’acqua e strofinata con le mani sulla sabbia in modo che la parte esterna della foglia si separasse dal resto. Successivamente veniva lavata e battuta con delle pietre fino ad ottenere la vera e propria fibra di ginestra . Una volta asciutta veniva cardata per poi essere filata da mani esperti e veloci fino ad ottenere delle matasse di filo che successivamente venivano tinte con colori vegetali. L’untima fase della lavorazione era la tessitura che avveniva con telai in legno il cui cigolio faceva da sottofondo alle canzoni intonate dalle giovani tessitrici.

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