Ricordo che appena fuori dal paese, sulla strada che porta verso i monti, c’era un pero gigantesco che in estate sembrava voler porgere i suoi frutti ai viandanti che percorrevano quella strada. Erano frutti di un profumo straordinario e di un succo dolcissimo, ottimi per placare l’arsura estiva.
Di quell’albero si cibavamo anche molti animali in un banchetto festoso fatto di rumori, cinguettii e battiti di ali che, unito al canto delle cicale, assomigliava ad un’orchestra, il cui direttore era madre natura, impeccabile nella sua esecuzione.
A turbare quella pace irrompeva come un tuono la voce del padrone che provocava nei festosi banchettanti un fuggi fuggi generale. Subito dopo il silenzio, anche il vento fra le cime degli alberi sembrava placarsi, come se la natura trattenesse il respiro e le cicale terrorizzate smettevano di cantare. L’uomo a quel punto cominciava ad inveire contro tutti coloro che, a suo dire, gli rubavano la frutta, animali compresi. Ripeteva che la terra era sua e che quelli erano i frutti delle sue fatiche.
Non era un uomo cattivo, anzi, era proprio una brava persona .Ormai anziano e piegato dalle fatiche nei campi, si godeva la sua proprietà, quella terra che aveva conquistato con tanti sacrifici e che rappresentava il compimento della sua opera: lui era il padrone, come lo erano stati i signorotti di un tempo quando lui era ragazzo e la fame, al pari degli uccellini, lo costringeva a rubare le pere che pendevano dall’albero del ricco signore. La sua, più che ira, era una forma di rito “animalesco” con il quale intendeva marcare il territorio, ovvero dire a tutti: io qui sono il padrone, la terra è mia.
Al pari di tante altre persone anche lui è caduto nell’errore di ritenere la terra dell’umo e non l’uomo della terra. Ha inseguito per un’intera vita il sogno di possedere del terreno e alla fine, quando sembrava esserci riuscito, è morto. La terra è ancora lì e gli uccellini continuano a cibarsi dei frutti dell’antico pero. Forse altri padroni verranno a reclamare i frutti dell’albero, ma alla fine anche loro passeranno la mano, in accordo con leggi naturali per cui nessuno è eterno.


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